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apri capitolo Lo scudo dei cittadini (Bruno Tinti, 2009)


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Lo scudo dei cittadini (Bruno Tinti, 2009)

Quando c'erano i Faraoni c'era giá la Legge. E la Legge c'era anche quando c'erano gli imperatori, i sovrani medioevali e poi quelli rinascimentali. C'è stata perfino sotto i tiranni. C'è sempre stata, anche ai tempi degli uomini delle caverne; rudimentale, imperfetta, ingiusta anche, ma sempre, da quando gli uomini hanno cominciato a vivere insieme, la Legge ha regolato i loro rapporti. Quella che non c'è stata mai, fino a pochissimo tempo fa, fino a due secoli fa (proprio poco se paragonati ai millenni di storia umana), è la Costituzione.

Se ci si pensa, la Legge del Faraone e quella emanata da altri come lui non è cosa che poteva lasciare tanto tranquilli; meglio di niente, va bene, ma funzionava, al massimo, se un rematore litigava con un panettiere o un contadino con un altro contadino. Perché certo, se il contadino se la prendeva con un soldato o un proprietario terriero, la Legge per lui poteva fare proprio poco, anzi per lui era proprio meglio non invocarla affatto questa Legge. Perché il Faraone l'aveva emanata per i suoi fini, non per quelli del Paese che governava; o almeno, stando bene attento che le sue ricchezze e il suo potere non ne venissero intaccati. E siccome ricchezze e potere gli derivavano dall'appoggio di altri ricchi e potenti, non proprio come lui ma comunque appartenenti alla sua stessa classe, ecco che la Legge teneva conto degli interessi e dei privilegi di questi pilastri a cui lui si appoggiava e che volentieri lo sostenevano, perché in questo modo facevano anche i propri interessi. Dunque la Legge del Faraone era, in realtá, una legge "per" il Faraone; e per la gente come lui. (...) Per millenni è stato cosí; e, in tante parti del mondo, è ancora cosí.

Poi si è fatta strada un'idea stranissima: non va bene che il Re, il Signore, l'Imperatore, il Tiranno, insomma questo Faraone, possa fare quello che vuole. Perché, se è una brava e onesta e capace persona andrá pure bene. Ma se è disonesto, incapace e magari anche criminale, le leggi che imporrá saranno un male per il Paese; cercherá privilegi e ricchezze, legittimerá le sue prepotenze e quelle dei suoi amici, insomma sará un tiranno. E nessuno puó sapere se domani arriverá a governare il Paese proprio uno cosí. Ecco, si è pensato, occorre una legge speciale, una legge che non sia diretta al Popolo ma al Re; una legge che non serva solo a regolamentare i rapporti dei Cittadini tra loro e che invece regolamenti i rapporti tra il Re e i Cittadini. Ecco, ci serve una Costituzione.

Nel 1215 Giovanni Senza Terra si impegnó a non imporre tasse senza il consenso del Parlamento (che non era eletto da lui, dal capo del Governo, come invece succede oggi in Italia). (...) Passó molto tempo prima che l'idea della Legge che regolamentasse il potere di chi governa venisse accettata; come ho detto, lo Stato, cosí come lo conosciamo noi, è una conquista recente. Ma alla fine, nel mondo occidentale moderno, gli Stati, chi prima, chi dopo, si sono dati una Costituzione.

La nostra è proprio giovane; è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Ed è una Costituzione bellissima. É nata, la nostra Costituzione, da tanti errori, tanta sofferenza, tanti lutti. É nata dal sacrificio di tanti cittadini, dall'impegno di tanti superstiti, dalla maturitá di un Paese finalmente diventato adulto. É nata soprattutto come una conquista condivisa da tutti, dopo un lavoro che ha accomunato guerrieri, filosofi, politici, giuristi che hanno collaborato senza riserve e con un obiettivo comune: fare dell'Italia un Paese prospero, pacifico e giusto. Come poteva non essere bellissima?

Naturalmente la Costituzione italiana non è solo bellissima; è anche un capolavoro di ingegneria giuridica che, questo è il punto, garantisce i cittadini dagli abusi del potere. E questo lo fa adottando i princípi fondamentali piú avanzati che il mondo conosca: pensate alla bellezza del principio - tutti i cittadini hanno pari dignitá sociale e sono eguali davanti alla Legge, senza distinzioni di sesso, razza, religione, opinioni politiche. Pensate quale conquista sociale rappresenti il principio - tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla Legge. Pensate di quale tranquilla sicurezza possono godere i cittadini per via del principio - i Giudici sono soggetti soltanto alla Legge. E pensate finalmente quanto sia importante aver integralmente adottato la teoria di Montesquieu, la divisione dei poteri: esecutivo (il Governo), legislativo (il Parlamento) e giudiziario (la Magistratura).

Ecco, giá solo cosí la nostra Costituzione si rivela per quello che è: uno scudo a difesa dei cittadini, uno scudo contro il Faraone. La Legge è eguale per tutti; nessun potere controlla interamente lo Stato. Non sono possibili abusi: chi governa lo fa secondo le leggi emanate da chi legifera; e la corretta applicazione della Legge spetta a chi non l'ha fatta. Un equilibrio perfetto. Ma la Costituzione è uno strumento complesso, fragile, delicato: un piccolo cambiamento in questa complessa architettura e lo scudo andrebbe in frantumi. Certo, potrebbe essere necessario modificarla, aggiungere qualcosa, togliere (togliere?, mah) qualcos'altro.

Ma bisogna pensarci bene; ecco perché la stessa Costituzione prevede che questi cambiamenti non si possano fare alla leggera: due terzi del Parlamento debbono votarli; oppure, se c'è solo una maggioranza semplice, allora i cittadini debbono approvare i cambiamenti con un referendum. Come dire: state attenti prima di desiderare qualcosa, potreste ottenerla. E adesso la nostra classe politica, per lo meno gran parte di essa, proprio questo vuole fare: vuole cambiare la Costituzione. Non discuteró qui di quali cambiamenti stanno proponendo; credo che, al momento, non sia ben chiaro nemmeno a chi ha in mente di distruggere la Costituzione come farlo. Una cosa peró gli è chiarissima: è proprio la natura della Costituzione che non va bene, è la sua funzione di scudo per i cittadini contro l'abuso del potere che si vuole eliminare.

Questo obiettivo ormai non viene nemmeno piú nascosto, le riforme non vengono nemmeno piú giustificate con questo o quell'altro pretesto. Si dice apertamente che la Costituzione è ormai vecchia; che è stata elaborata alla fine degli anni Quaranta, dopo la guerra, dopo il fascismo; che ormai i tempi sono diversi; che non c'è piú bisogno di una Costituzione come questa; che occorre uno strumento che permetta di governare con efficienza e rapiditá; che il Parlamento deve assecondare i progetti del Governo e non ostacolarli; che la Magistratura, almeno il Pubblico Ministero, deve rispondere al potere politico e non puó essere indipendente; che... Non so, viene lo sconforto a enumerare tutte queste protervie.

Eppure dovrebbe essere cosí evidente. Nessuno puó ipotecare la storia. Nessuno puó ignorare che la tentazione di gestire il potere senza controllo è connaturata al potere stesso. Nessuno puó pensare davvero che i potenti della terra, e figuriamoci i potenti dell'Italia, si comportino come Cincinnato, il dittatore romano che, esaurito il suo mandato che gli conferiva potere assoluto, tornó a fare il contadino.

Estratto pubblicato dall'Unitá del 12-2-2009


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apri capitolo Scuola e Costituzione (Piero Calamandrei, 1950)


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Scuola e Costituzione (Piero Calamandrei, 1950)

Discorso pronuciato l'11 Gennaio 1950 da Piero Calamandrei. Nonostante siano passati quasi sessant'anni, il testo è attualissimo anche se l'autore parla di "scuole di partito", scuole che oggi non esistono in Italia. Il discorso di Calamandrei resta valido perchè, come dimostra l'attualità, la scuola pubblica può essere sfasciata anche senza di esse. A pensarci bene esiste oggi in Italia una "agenzia educativa" che svolge le funzioni di "scuola di partito": è la televisione che, nella situazione attuale è certamente di partito. E' di partito la maggior parte della tivù privata, di diretta proprietà del fondatore del partito che guida il Governo, ed è di partito anche quella pubblica perchè è sotto il diretto controllo politico del Governo. Ma questo è un altro discorso...


Cari colleghi,
Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l'art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].

La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma […] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].

Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 51: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime.

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].

Poi, nella riforma, c’è la questione della parità. L’art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali” [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].

Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.

E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950 e pubblicato in "Scuola democratica", periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5.


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apri capitolo Sui principi morali e giuridici che stanno a fondamenta della nostra vita sociale (Piero Calamandrei, 1955)


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Sui principi morali e giuridici che stanno a fondamenta della nostra vita sociale (Piero Calamandrei, 1955)

Il 26 gennaio 1955 ad iniziativa di un gruppo di studenti universitari e medi, fu organizzato a Milano, nel salone degli affreschi della Societá Umanitaria, un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana, inviando insigni cultori del diritto ad illustrare, in modo accessibile a tutti, i principi morali e giuridici che stanno a fondamenta della nostra vita sociale. Il ciclo é stato inaugurato e concluso da Piero Calamandrei e quello che segue é la parte sostanziale di ció che Egli disse in apertura del ciclo.


L'art.34 dice: 'i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.' E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c'é un articolo, che é il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l'avvenire davanti a voi. Dice così: 'E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertá e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese'. E' compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignitá di uomo. Soltanto quando questo sará raggiunto, si potrá veramente dire che la formula contenuta nell'articolo primo 'L'Italia é una Repubblica democratica fondata sul lavoro' corrisponderá alla realtá. Perchè fino a che non c'é questa possibilitá per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrá chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrá chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto é una democrazia puramente formale, non é una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Societá, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Societá. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione é in parte una realtá, ma soltanto in parte é una realtá. In parte é ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! E' stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c'é sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito é una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui é venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertá voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertá, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell'uomo e del cittadino, contro il passato. Ma c'é una parte della nostra Costituzione che é una polemica contro il presente, contro la Societá presente. Perchè quando l'articolo 3 vi dice 'E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana' riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dá un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l'ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalitá, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non é una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. E' una Costituzione che apre le vie verso l'avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perchè rivoluzione nel linguaggio comune s'intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma é una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Societá, in cui puó accadere che, anche quando ci sono le libertá giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilitá, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c'é una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch'essa contribuire al progresso della Societá. Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto é in noi per trasformare questa situazione presente.

Peró vedete, la Costituzione non é una macchina che una volta messa in moto va avanti da sè. La Costituzione é un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perchè si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontá di mantenere queste promesse, la propria responsabilitá; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione é l'indifferenza alla politica, indifferentismo, che é, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po' una malattia dei giovani. La politica é una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerá di quei due emigranti, due contadini che traversavano l'oceano, su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio ' ma siamo in pericolo?' e questo dice 'secondo me, se continua questo mare, tra mezz'ora il bastimento affonda.' Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: 'Beppe, Beppe, Beppe','….'che c'é!' '… 'Se continua questo mare, tra mezz'ora, il bastimento affonda' e quello dice 'che me ne importa, non é mica mio!' Questo é l' indifferentismo alla politica.

E' così bello e così comodo. La libertá c'é, si vive in regime di libertá, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch'io. Il mondo é così bello. E vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non é una piacevole cosa. Peró, la libertá é come l'aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertá bisogna vigilare,vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La Costituzione, vedete, é l'affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l'affermazione solenne della solidarietá sociale, della solidarietá umana, della sorte comune, che se va affondo, va affondo per tutti questo bastimento. E' la Carta della propria libertá. La Carta per ciascuno di noi della propria dignitá d'uomo. Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertá civili e politiche, la prima volta che andó a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andó a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso é capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perchè avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignitá, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunitá, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questo é uno delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non é solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell'Italia e nel mondo.

Ora vedete, io ho poco altro da dirvi.

In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c'é dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli.

E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.

  • Quando io leggo: nell'articolo 2 'L'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietá, politica, economica e sociale' o quando leggo nell'articolo 11 'L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertá di altri popoli', 'la patria italiana in mezzo alle altre patrie' ma questo é Mazzini! Questa é la voce di Mazzini.
  • o quando io leggo nell'articolo 8: 'Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge' ma questo é Cavour!
  • o quando io leggo nell'articolo 5 'La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali' ma questo é Cattaneo!
  • o quando nell'articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate 'L'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica', l'esercito di popolo, e questo é Garibaldi!
  • o quando leggo all'art. 27 'Non é ammessa la pena di morte' ma questo, o studenti milanesi, é Beccaria!!

Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perchè la libertá e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi quando vi ho detto che questa é una Carta morta: no, non é una Carta morta.

Questo é un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove é nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque é morto un italiano, per riscattare la libertá e la dignitá: andate lì, o giovani, col pensiero, perchè li é nata la nostra Costituzione.


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